
Un numero negli anni progressivamente muta. Questa è la serie iniziata nel 1989 da Tiziano Bellomi e che è volta in un certo senso a mappare, e allo stesso tempo appropriarsi, di determinati luoghi. O meglio, il numero utilizzato da Bellomi diventa una sorta di appendice, di una firma in calce e progressiva che l’artista mette su una parte di territorio per rivendicarne in qualche modo la creazione. Infatti, la firma autografa è quella che oggi fa attribuire la mano di chi ha creato quel determinato lavoro, ma così non avviene per i luoghi, emblemi della libertà creatrice della natura che non si firma mai. A Lozio, Bellomi decide di firmare una roccia dell’antica cava di Sommaprada, luogo magico e dal fascino senza tempo, che segna profondamente il paesaggio tramite l’intervento antropico di appropriazione di una parte di esso. Così, l’antica cava, che ora è abbandonata a sé stessa, silenziosa, lascia il suo segno indelebile nell’ambiente circostante, come una ferita della terra che è impossibile da rimarginare. Allo stesso tempo però questo luogo sprigiona un grande senso di stupore, che fa sentire minuscoli di fronte all’imponenza della natura creatrice mutata dall’intervento umano. Bellomi rimane infatti stregato da questo ambiente, decidendo così di farlo diventare parte della sua collezione di luoghi, che nel tempo si impreziosisce di nuovi pezzi. In questo modo, realizza Numerazione 134, un bassorilievo su una roccia della cava che riporta il numero progressivo degli oggetti della sua collezione, che ora aggiunge anche Lozio alla lista degli altri numerosi interventi in altrettanti luoghi del mondo, tra la sua silenziosa catalogazione e appropriazione di ponti, fiumi, colline, edifici, ruderi e pietre. Così, un oggetto anonimo viene trasformato in un particolare soggetto, con una registrazione che è anche volontà di segnalare e sottolineare quello che potrebbe già essere considerato opera d’arte di per sé, senza la necessità di crearne necessariamente di nuove.

Rappresentare un paesaggio senza mostrarcelo nella sua dimensione figurativa: questo è il concetto alla base del lavoro di Tiziano Bellomi, che racconta un luogo chiave del territorio di Lozio senza veramente rappresentarlo, se non attraverso un’astrazione delle sue essenze. Infatti, la vista dalla Val di Baione è epurata dalla sua componente sfacciatamente paesaggistica e si cristallizza in semplici linee verticali colorate. Ma non si tratta di un colore emotivo e sentimentale, mosso nell’interiorità dell’artista a partire da questa visione naturale maestosa, ma è un colore concreto e reale del luogo. Infatti, tramite un software, Bellomi è andato a campionare i colori che compongono questa porzione di paesaggio nello specifico, ricreandoli con i pigmenti e cristallizzandoli in queste linee colorate che si imprimono sulla tela, raccontandoci così di un luogo senza mostrarcelo veramente, se non nelle tonalità che gli sono proprie e che oggettivamente gli appartengono. Allo stesso tempo però interviene in parte anche la dimensione individuale e soggettiva: infatti, quelle cromie sono legate a quel preciso momento di visione, che sarà irrimediabilmente diverso dall’attimo appena prima e di quello appena dopo. Si tratta così di una composizione che diventa quasi di stampo impressionista, cogliendo un attimo preciso attraverso queste campiture fluide e materiche che si imprimono lentamente sulla tela per dare vita a una visione – o meglio a un’impressione – del luogo, che nell’individualità dell’esperienza raggiunge però gli echi universali di una sensibilità più ampia e condivisa.
Tiziano Bellomi (Italia, 1960) è un artista visivo il cui lavoro viaggia su due binari paralleli: numerazione e colore, catalogazione e rappresentazione.