

Una goccia cade incessante in una grotta. Un bacino si apre ai suoi piedi per accoglierla. Il fascino di questa installazione di Martina Cioffi sta nella sua potente semplicità che scava alle radici archetipe della nostra esistenza. Le forme dell’argilla sono modellate infatti dall’artista a creare una forma vagamente organica, che, entrando in contrasto con le rigide geometrie delle rocce e cristalli circostanti, si dispiega per accogliere al suo interno l’acqua, fonte inesauribile ed emblema primordiale di vita. Così la cavità di una delle grotte che si aprono meravigliosamente tra le rocce nei boschi di Sommaprada accoglie il visitatore al suo interno, in uno straniamento visivo e sensoriale, aprendo allo stesso tempo a un ulteriore livello di significato, con la Madre Terra che sembrerebbe abbracciare e accogliere nel suo ventre, dispensando vita. Così, in questo antro buio, luogo alchemico dell’origine, viene riproposta anche un’unione simbolica che genera vita, ispirandosi al cosiddetto Sposalizio delle montagne. Infatti, in Valle Camonica, durante gli equinozi, la rifrazione della luce proietta, allungandola, l’ombra del Pizzo Badile nel cielo, facendola tramontare tra le guglie della Concarena, creando una sorta di luminosa e magica unione tra maschile e femminile, tra cielo e terra. Allo stesso modo, l’acqua che cade verticale in questa grotta viene accolta dall’installazione in ceramica, nata dal fuoco e quindi sua controparte per eccellenza, che la ospita momentaneamente tra le sue pieghe, senza mai trattenerla, in un flusso costante e continuo di vita.




La ricerca di Martina Cioffi molto ha a che fare con la nozione dello scorrere del tempo in relazione alla natura e al paesaggio, interpretati in questo caso attraverso un’opera scultorea in ceramica che si fonde mirabilmente con l’ambiente, divenendo parte integrante di esso. Insinuandosi nelle cavità naturali degli alberi, tra le radici scoperte e le parti morte, trova spazio infatti un’installazione dalle forme e dai colori ambigui e vagamente naturali, che richiamano effettivamente le cromie della natura propria del luogo, con le sfumature argentee e bronzee vicine ai bruni e ai grigi delle cortecce dei noccioli soprastanti e con le tonalità dei verdi tipiche dei muschi e delle chiome di questi alberi. Nonostante ciò, la loro cangianza risulta aliena, disorientando per la sua estranea presenza. E così, queste nuove estensioni degli alberi si integrano visivamente con essi, creando, però, allo stesso tempo, un contrasto perturbante che si impreziosisce in un lento processo di riappropriazione per via della presenza di questi elementi che si innestano inevitabilmente nella crescita naturale del luogo. Infatti, l’albero via via cresce, abbraccia e ingloba al suo interno parti dell’opera, diventando in questo modo un tutt’uno. Proprio per questo saUroboRo diventa una creazione rispettosa dell’elemento naturale, valorizzandolo e valorizzandosi proprio in relazione al luogo scelto. Gli alberi e le loro radici continueranno infatti a vivere e a crescere intorno a questi intrusi di ceramica, incastonandosi nella sua storia di crescita e impreziosendoli grazie alle mirabili cangianze offerte dalla smaltatura della ceramica. Argilla e albero si fondono così attraverso le forme dei fiori a quattro petali – che vagamente richiamano anche la Rosa Camuna, simbolo preistorico dal fascino e dal significato enigmatico e senza tempo – i quali si sommano a creare una sorta di spina dorsale di un lungo serpente, dalle squame lucenti e cangianti, che si staglia silenzioso mentre se ne sta appeso tra le radici scoperte e sospese degli alberi soprastanti, creandone una preziosa visione e un’integrazione naturale – seppur creata dall’uomo. Così i circa 5 metri di vertebre fiorite impreziosiscono questa grotta naturale tra le radici dei noccioli esposte dopo la frana del muretto sottostante. Qui, viene messo in mostra ciò che è normalmente celato tra le pieghe della terra e la terra che compone l’opera torna alle sue radici, alle sue origini, lì dove dovrebbe essere, in un ciclo che chiude finalmente il cerchio, come un uroboro che qui fiorisce e si esalta tra le viscere scoperte della terra.
Martina Cioffi (Italia, 1991) è un’artista visiva la cui ricerca si sviluppa attorno alle nozioni di tempo e paesaggio e sul nostro essere da-sein, con innate pulsioni di sessualità e morte, gettati in essi ed indissolubilmente ad essi legati. L’albero, visto come sineddoche di paesaggio e monumento vivente, è uno dei punti nevralgici della sua riflessione.