Lidia Bianchi

Per amore o per essere verticale

2020
stampa fotografica

Per amore o per essere verticale è una serie fotografica di Lidia Bianchi, la quale propone una riflessione su quelle tracce nel territorio che spesso sono invisibili all’occhio, riproponendo echi e riverberi di una spiritualità primordiale che pervade il paesaggio naturale e antropologico. Per questo, l’artista si concentra su una pietra particolare presente a Lozio: si tratta del menhir – di probabile derivazione celtica – che si trova nella zona localmente denominata Valzello delle streghe e che testimonia la storia del luogo, richiamando culti e riti antichissimi, nei quali il rapporto con l’elemento naturale era essenziale. Infatti, il menhir fu fatto inizialmente recuperare perché si pensava potesse essere la leggendaria pietra delle streghe, che ricorre spesso nei racconti popolari della zona, ma di cui ad oggi non è ancora presente una concreta testimonianza. In questo senso, però, indipendentemente dalla sua reale origine e funzione, questa roccia si mostra come un vero e proprio atto d’amore contemporaneo per via del suo recupero, esaltato anche e soprattutto dalla presenza della scritta PER AMORE incisa negli anni Novanta e ripresa anche come fonte di ispirazione per il titolo dell’opera stessa. “Ho visto tante pietre buttate giù, ma mai nessuna rimessa in piedi”: questo è stato il pensiero che ha mosso la persona che ha realizzato quell’incisione, frutto della spontaneità del voler lasciare una traccia del suo personale ringraziamento per aver recuperato una linea narrativa propria della memoria e dei riti del luogo. Si tratta, infatti, di un racconto universale dell’esperienza umana che lascia il suo segno tangibile sul territorio, ma che allo stesso tempo entra anche in relazione con lo spazio intimo e privato dell’artista, la quale attraverso questa serie di scatti cattura quel delicato rapporto che regola le relazioni tra individuo e paesaggio per ritrovare le radici identitarie di appartenenza a un luogo. Il paesaggio di Lozio è così distillato in dettagli stranianti ed estrapolati dal contesto di riferimento, mostrandosi come una stratificazione di incontri e avvenimenti che generano una narrazione visiva in grado di cristallizzare al suo interno le essenze proprie del luogo. Allo stesso tempo, la serie dei cinque dettagli di pietra che accompagnano lo scatto principale, ritraendo in particolar modo delle pareti rocciose individuate direttamente sul territorio, si fanno perfetta sintesi del racconto che concettualmente e formalmente rappresenta l’incontro dell’artista con le altezze e la verticalità proprie dell’ambiente montano di Lozio, in forte contrapposizione con l’orizzontalità tipica della linea del mare a cui è più abituata. In questo senso, la parete di pietra per via della sua conformazione fisica incarna perfettamente questa estensione in verticale del luogo, ma allo stesso tempo è da intendersi anche come un’ideale espansione dell’anima verso l’alto, in un atto d’amore disinteressato che si sublima nella pratica artistica. In questo modo, nel suo tentativo di essere verticale, Bianchi cattura un qualcosa di estremamente piccolo e silenzioso: si tratta infatti di una bellezza minore e più discreta rispetto alla maestosità delle montagne circostanti, ma comunque in grado di farsi portatore di ulteriori significati. Così, la fotografia che per antonomasia è il linguaggio della distanza, si immerge nel luogo e ne coglie una particolare visione, nascosta nell’essenza formale del paesaggio stesso, il quale però grazie a un nuovo gesto d’amore torna ancora a raccontarsi.

Lidia Bianchi (Italia, 1992), artista visiva, la cui pratica è incentrata sulla ricerca dell’altrove insito nel contemporaneo, di cui l’immagine fotografica risulta essere rivelatrice.