




Hö ‘l fìl dè uh (dal dialetto locale Sul filo di voce) è una performance di Ilaria Margutti, in cui trova una prosecuzione ideale l’opera Togliere le parole di mano, un ricamo in progress realizzato a mano su un rotolo di tela di 8 metri di lunghezza, il quale reca con sé una serie di storie e memorie raccolte dall’artista stessa nell’incontro con diverse persone provenienti da luoghi differenti. Durante il periodo di residenza, il lenzuolo fatto di scrittura ricamata bianco su bianco si impreziosisce, quindi, con nuove voci che raccontano l’identità del territorio ospitante attraverso leggende, ricordi ed esperienze. In questo modo, Margutti è riuscita a connettersi con il luogo e i suoi abitanti: non solo ne ha raccolto le testimonianze e le ha trasformate in una narrazione fatta di filo, ma attraverso la sua performance ha permesso anche a coloro che non si erano ancora raccontati di dialogare con lei, di fermarsi ad ascoltare le voci registrate e contemplare il lento incedere delle parole sul tessuto. Così, si scoprono mondi spesso invisibili e spazi intimi, animati dalla semplicità dei gesti e delle parole che vengono donati all’artista, la quale fa emergere l’invisibile trama di connessioni spesso nascosta, dimenticata e rinchiusa nello spazio personale del singolo che uscendo dai propri confini va a comporre una storia ben più grande e universale, costruita attraverso una ciclicità e ripetitività del gesto. Questa condizione di universalizzazione del tema è richiamata anche nella struttura del video, nel quale alle scene della performance e a dettagli del lavoro di Margutti si intervallano brevi riprese dei quattro elementi naturali che trovano espressione a Lozio, ma che potenzialmente potrebbero essere ovunque. Questi rappresentano così una sintesi estetica e concettuale del territorio, che si rende riconoscibile soprattutto attraverso i racconti personali, inseriti nel video attraverso degli estratti delle registrazioni vocali, dando vita a un connubio perfetto e armonico tra uomo, natura e arte in una realtà narrativa cristallizzata in eterni e profondi attimi bloccati nel filo. In questo caso, Margutti raccoglie le testimonianze degli abitanti di Lozio, che raccontano del loro personale rapporto con l’ambiente montano, e successivamente le trasforma in parole fissate sulla trama del lungo tessuto divenendo parte del grande racconto di comunità distanti unite però dalla condivisione del proprio flusso di memorie scomposte, poi ricomposte nello spazio fisico della tela. Le parole del luogo si susseguono così sulla superficie del tessuto e si tramutano in trame senza fine con intrecci di diverse voci che si incontrano attraverso l’atto del ricamo. Si tratta di un gesto paziente e silenzioso, che si ripete nel tempo e in luoghi diversi, accompagnato sempre dal ritmico e magnetico suono dell’ago che buca la tela e del filo che lentamente le passa attraverso. Così, l’artista, nelle differenti sessioni performative, si sposta in tre luoghi diversi del territorio di Lozio, tra cui spicca sicuramente la cava della frazione di Sommaprada, la quale diventa il set ideale per alcune delle scene del video di documentazione, in cui l’artista, vestita di rosso, si staglia sullo sfondo dell’imponente muro di pietra grigia, segnata dai lunghi e profondi segni verticali a togliere – testimonianza dell’antico uso del luogo e dell’attività di estrazione -, che evocativamente richiamano i segni più contenuti e delicati a mettere, frutto dell’azione dell’artista sul tessuto.
Ilaria Margutti (Italia, 1971), artista visiva, la cui pratica si concentra su un’indagine introspettiva e identitaria, utilizzando il ricamo come elemento fondamentale della sua ricerca per racchiudere una serie di significati simbolici legati alle origini del femminile e all’identità.